La violenza è un fenomeno transgenerazionale

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Nel mio manuale “La violenza contro le donne – Crimine e psicopatologia del maltrattamento e del femminicidio” , che potete trovare nella pagina delle pubblicazioni, ma anche come manuale didattico nel Corso in criminologia dei reati passionali e della violenza contro le donne presente nella pagina dei Corsi & Formazione, faccio riferimento al fenomeno di trasmissione generazionale della violenza acquisita, in quanto vissuta direttamente o indirettamente, che avviene all’interno della famiglia.

Si pensa che la violenza possa essere una situazione legata esclusivamente alle persone direttamente coinvolte, cioè la vittima ed il suo carnefice, ma quando questa avviene in una famiglia dove ci sono dei bambini essi imparano l’uso della violenza come se fosse un normale modo di rapportarsi con gli altri e di comunicare col prossimo.

Gli effetti che derivano dalla violenza assistita, cioè al di fuori dei casi in cui il bambino è vittima esso stesso della violenza o delle minacce fatte dal genitore maltrattante, sono invalidanti, persistenti ed immodificabili se non attraverso un intervento terapeutici di tipo psicologico fatto con esperti della materia, cioè uno psicologo che abbia formazione ed esperienza con bambini ed adolescenti maltrattati da un genitore o che abbiano assistito alle violenze tra i genitori o a carico di uno solo di essi.

Nella maggior parte dei casi il genitore abusante e maltrattante è il padre o il convivente o fidanzato della donna, ma anche le madri possono essere dei genitori maltrattanti e violenti con atti aggressivi e minacciosi rivolti a danno sia del marito che dei figli stessi.

Non dimentichiamo che anche la donna, seppur nella sua ritenuta e supposta fragilità, può essere un genitore violento od una compagna ed una moglie violenta.

Anche se di solito le reazioni dei figli alla violenza assistita, cioè non subita direttamente, porta a delle conseguenza diverse a seconda che si tratti di figli maschi o di figlie femmine.

Nell’estratto del manuale di recente pubblicazione evidenzio proprio tali differenze, comunque riportate anche di seguito.

Ho ritenuto l’argomento di fondamentale importanza non solo per il fatto che la violenza è di per sé un fatto gravissimo, ma perché tale modalità di relazionarsi e rapportarsi con gli altri, fatta di aggressioni non solo fisiche ma anche psicologiche come quelle della minaccia, degli insulti, delle umiliazioni e delle intimazioni, diventa un’abitudine che col passare degli anni si consolida e si rafforza nei gesti e nelle parole.

Quelli che un tempo erano i figli della famiglia in cui si consumava la violenza domani saranno degli adulti maltrattanti o degli adulti che cercheranno persone che le maltratteranno nello stesso modo.

Questo ciclo perverso, insano e mostruoso va fermato e l’unico modo è quello di porre fine ad ogni tipo di violenza, sopratutto quella che riguarda i soggetti più deboli e che sono incapaci, per paura o per condizionamento, di qualunque difesa.

Vi lascio con un estratto del libro dove raccolgo le indicazioni formulate dagli esperti in questa delicata ma inquietante materia.

La violenza come fenomeno transgenerazionale

La violenza domestica, secondo Filippini, si manifesta lungo un continuum, una linea di continuità di gravità crescente: ad un estremo troviamo la violenza psicologica che si manifesta attraverso il mantenere il controllo ed il potere sulla compagna (spesso anche attraverso lo strumento economico), all’altro estremo troviamo comportamenti fisicamente e sessualmente violenti, che possono mettere la donna in serio pericolo di vita.

Nei casi più gravi di abuso si ha spesso a che fare con donne che sono già state vittimizzate nel corso della loro vita, soprattutto nell’infanzia, e tendono a rimettersi in situazioni di rischio anche da adulte.

Si tratta di donne che provengono da famiglie violente nelle quali hanno assistito alla violenza tra i genitori (violenza assistita) o sono state loro stesse in vario modo abusate, tali modelli di relazione precocemente interiorizzati hanno tracciato i binari su cui queste donne costituiscono la relazione con gli uomini, hanno segnato il loro atteggiamento di passività indicendole ad essere nuove vittime (profezia che si auto avvera), e non hanno permesso loro il riconoscimento di quei segnali che, già nei primi periodi di conoscenza e di relazione, lasciano emergere delle modalità di relazione molto vicine a quelle sperimentate nella famiglia di origine.

Attraverso dei meccanismi di reiterazione, una persona tende a riprodurre il modello di coppia dei propri genitori, in quanto ne conserva un’inconsapevole nostalgia, gli psicanalisti parlano in tali casi di “una soddisfazione d’ordine masochistico ad essere oggetto si sevizie e che cioè ritroverebbero sotto i colpi del coniuge un piacere di vicinanza con il corpo del genitore violento”.

In effetti gli studi provano che le donne che hanno subito maltrattamenti fisici o morali nell’infanzia corrono maggior rischio di trovarsi, a loro volta, vittime della violenza coniugale.

Secondo l’inchiesta ENVEFF la proporzione di donne che erano state vittima di violenza negli ultimi dodici mesi era quattro volte più elevata fra quelle che avevano subito sevizie nella loro infanzia.

E secondo uno studio tedesco (BMFSFJ 2004) le donne che nella loro infanzia o adolescenza hanno assistito a scontri fisici fra i genitori, sono a loro volta diventate vittime della violenza di un ex partner più del doppio delle volete rispetto alle donne risparmiate da simili esperienze.

Quando si incontra la violenza durante l’infanzia, è come quando vi insegnano una lingua materna” (Hirigoyen, 2005).

Dato che un precedente trauma ha fatto loro perdere le difese, queste donne sanno meno bene di altre come proteggersi e reagire in tempo, sono diventate, in qualche modo, fragili, questa fragilità, legata a traumi del passato, si spiega con il fatto che un condizionamento alla violenza fin dall’infanzia predispone ad una dipendenza dello stesso tipi nella vita: il nuovo condizionamento va a sostituirsi al vecchio.

Tutti gli specialisti sono d’accordo nel dire che un trauma passato ha preparato il terreno e che, dietro l’attuale persecutore, si cela spesso un altro persecutore, quello dell’infanzia.

Vari studi (Killias, 2004; Wetzels, 1995) confermano che la violenza che li uomini e le donne hanno subito e osservato nella famiglia d’origine ha un’influenza importante sul comportamento violento adottato successivamente, ma anche sulla capacità di sopportare maltrattamenti nella coppia.

Abusati e abusate spesso ripetono una vittimizzazione subita precedentemente, il fatto di essere cresciuti in un contesto famigliare di violenza, aumenta per il ragazzo le probabilità di essere violento e quindi diventare abusante, e per la ragazza quelle di diventare vittima di un uomo violento.

I maschi tendono a far proprio un comportamento violento, mentre le femmine fanno spesso fatica a ribellarsi contro la mancanza di rispetto per i propri limiti fisici e sessuali.

Per quali ragioni avviene questa differenziazione tra i generi?

Le cause di ciò, secondo Filippini (2005), sono essenzialmente due:

  • L’identificazione con il genitore dello stesso sesso, quindi per il maschio sarà l’identificazione col padre, che riveste spesso il ruolo di perpetratore, mentre per la femmina con la madre maltrattata,
  • L’identificazione con il ruolo di genere, dal maschio ci si aspetta una maggiore aggressività, assertività, mentre dalla donna un atteggiamento più accomodante, accogliente e disponibile.

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