Le controindicazioni della realtà virtuale

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La Cybersickness, la Disforia dell’Identità Personale o la Nomofobia sarebbero tra le controindicazioni più frequenti legate all’uso della realtà virtuale.

Vediamo in che cosa consistono.

 

La Cybersickness

 

Per capire il disturbo chiamato cybersicknes occorre risalire al disturbo chiamato cintetosi.

La cinetosi (motion sickness) è un fenomeno complesso sia a carattere fisiologico che psicologico che pur essendo legato alla percezione del movimento non presenta un’evidente relazione tra moto e grado di malessere.

La chinetosi o cinetosi è un disturbo neurologico che alcuni individui provano in seguito a degli spostamenti ritmici o irregolari del corpo durante un moto, ad esempio in altalena, su di una giostra, o durante viaggi con mezzi di trasporto come nave, automobile, aereo, ecc.

Ma non solo il moto “reale” provoca cinetosi in quanto esso può essere indotto da un movimento simulato da una realtà virtuale.

Si è constatato come condizioni di moto simulato, ad esempio all’interno di simulatori o in ambienti virtuali, provochino tale malessere chiamato per l’appunto cybersickness dimostrando quanto sia importante la sensazione visiva nella genesi della sintomatologia.

I sintomi correlati alla cybersickness riguardano differenti aree sistemiche chiamate target:

  1. visiva (visione sfuocata, diplopia, lacrimazione, arrossamento irritativo);
  2. uditive (acufene e ipoacusia);
  3. vestibolare (instabilità, nausea, vomito e sudorazione);
  4. sistema nervoso centrale (cefalea, convulsioni, flashback e instabilità);
  5. Muscolo – scheletrica (dolori al collo, polso e schiena).

 Quindi un’attività visiva meramente virtuale che simula del movimento può indurre gli stessi disagi psicofisici e malesseri che il soggetto patisce con un movimento naturale, questo perché la realtà virtuale provoca nel cervello le stesse risposte della realtà veramente vissuta e gli effetti sono i medesimi, il cervello non distingue tra virtuale e realmente visto, decodifica solo le immagini e le sensazioni a cui fa conseguire determinate risposte.

 

Disforia dell’Identità Personale

 

Il termine disforia indica un’alterazione dell’umore in senso negativo che induce depressione ed è solitamente accompagnata da sbalzi di umore anche repentini, irritabilità e nervosismo. È l’opposto dell’euforia che invece definisce uno stato di felicità e di benessere estremamente positiva ed incontenibile nella sua gioiosità.

L’identità personale è tutto ciò che noi siamo, le nostre caratteristiche fisiche, psicologiche, culturali a partire dal nome e dalla data di nascita.

E’ l’espressione del rapporto tra una serie di aspetti personali: il modo di ragionare, di affrontare i problemi, di comunicare con gli altri, gli interessi, le abilità, l’atteggiamento verso il mondo esterno, i rapporti affettivi con le persone o con i luoghi, il modo di porsi nei confronti degli altri, i progetti per il futuro.

Tutto questo ci rende unici e inconfondibili agli occhi degli altri e ci dà un senso di definizione, appartenenza e continuità nel tempo che ci permette di dire ogni giorno: “questo sono io”, riconosco me stesso come lo stesso di sempre anche di fronte a cambiamenti importanti.

L’identità personale si costruisce con l’età e con le esperienze.

Il vissuto di un soggetto è tanto importante nel definire la sua personalità così come l’ambiente circostante e tutti i tipi di stimoli, positivi e negativi, che possa aver ricevuto.

Le immagini virtuali che creano un vissuto circostante, che danno delle risposte alle sensazioni o che le creano incidono sulla loro produzione spontanea, che viene in tal modo determinata dal semplice ricordo virtuale e  non collegata al un vissuto realistico.

Ciò comporta uno sfasamento anche dei giudizi sugli accadimenti che si svolgono attorno a noi, se le reazioni virtuali sono state positive tendiamo, nel rivederle, la stessa serenità o gioia che solitamente porta benessere generale ma ci impedisce ad esempio di valutarne i possibili pericoli o difformità che ci dovrebbero allarmare e quindi indurre a maggior cautela.

Se il vissuto virtuale è stato negativo la paura di riprovare le stesse sensazioni negative, portano ad un’ansia anticipatoria e quindi ad uno stato umorale pessimistico non direttamente collegato a dei fatti concreti che lo giustificano.

 

Disturbo da Dissociazione della Realtà

 

È una malattia correlata a quella precedente, dato che sempre riguarda la gestione del proprio rapporto con la realtà virtuale.

A differenza della prima che porta dei stati euforici o di timore immotivati, questo disturbo porta alla completa dissociazione da ciò che è reale tanto che il soggetto non è più in grado di distinguere la realtà tangibile da quella virtuale, anzi questa può prendere addirittura il sopravvento e permettere al soggetto di creare una visione della sua vita costruita su misura ma totalmente distorta dai fatti veri e concreti di ogni giorno.

Lo stesso vale sul giudizio che dovrebbe essere espresso come risposta reattiva o come pensiero per il verificarsi di certi eventi veritieri e non frutto della fantasia, altrimenti il giudizio è forzato, menomato, irrealistico e senza basi concrete

Realtà e virtuale si confondono a tal punto che la persona che soffre questo disturbo continuerà a vivere la sua illusoria e del tutto artefatta realtà non rendendosi conti degli accadimenti veritieri..

Questo disorientamento tende ad incidere soprattutto sui rapporti intrapersonali ma anche i rapporti interpersonali, dato che sarà sempre più difficile capire se stiamo interagendo con una persona reale o no.

 

L’Internet Addiction Disorder

 

In ambito scientifico il primo lavoro di ricerca e prova sull’esistenza dell’ Internet Addiction Disorder è quello di K. Young che nel 1997 intervenne al congresso dell’American Psychological Association proponendo una indagine dalla quale risulterebbe che esistono peculiarità specifiche di comportamenti dipendenti in Internet.

Nel suo lavoro di ricerca sull’esistenza dell’Internet Addiction Disorder, Young ha cercato inoltre di classificare le persone come internet-dipendenti solo se mostravano quattro o più dei sintomi elencati qui sotto:

  1. Vi agitate o irritate quando qualcuno tenta di ridurre o arrestare il vostro uso della rete?
  2. Quando vi collegate in rete sentite di stare bene, provate una sensazione di benessere?
  3. Rimanete in linea più a lungo di quanto avete inizialmente progettato?
  4. Preferite rimanere online rischiando di perdere un rapporto significativo, o un’occasione di carriera?

Elemento fondamentale per comprendere le dinamiche legate alla dipendenza da Internet è il fenomeno della “distorsione del tempo”, l’alterazione spazio temporale prodotta nel soggetto che rimane collegato per molte ore, talvolta per giorni, in internet senza che se ne renda conto. Alcuni pazienti vanno incontro ad un inversione del ritmo sonno veglia e a veri e propri stati deliranti in rapporto al costante utilizzo della rete.

 

La Nomofobia

 

L’ossessione per il cellulare è oggi una patologia e si definisce Nomofobia.

Le tecnologie informatiche e digitali sono in grado di acutizzare diverse fobie umane, già preesistenti in forme latenti nel soggetto, ma che trovano nella tecnologia lo strumento per esternarle e darne vita, tra queste vi è quella dell’uso del PC o smartphone ormai a tutti gli effetti un piccolo computer portatile.

In tal patologia se il soggetto viene privato dell’o strumento per lui vitale tende ad avere delle reazioni tipiche dell’astinenza, oltre ad ansia da separazione, disagi del tutto inesistente fino a pochi anni fa.

La paura di essere separati da uno smartphone o di non poterlo utilizzare, genera nel nomofobico una vera e propria interruzione dei contatti sociali e quindi un’ansia da separazione nel vero senso psicologico del termine.

“Negli adolescenti – spiega il dottor Federico Tonioni, psichiatra dell’Ospedale Gemelli di Roma – che sono nativi digitali e non hanno mai conosciuto un vita prima del computer, quella online è davvero un nuovo modo di comunicare e pensare.

Negli adulti, invece, che un prima del computer lo hanno conosciuto, ci sono più i caratteri della dipendenza patologica e, quindi, è ipotizzabile che un adulto senza il suo telefonino si senta un po’ mutilato, come se perdesse il controllo della realtà.

Il nomofobico – continua Tonioni – è un soggetto ansioso, può anche avere degli spunti paranoidei, difficoltà nel perdere il controllo sugli altri, ma potrebbe essere anche una persona con dei tratti narcisistici molto spiccati, che ha sempre bisogno di avere una conferma da parte degli altri, di sapere che ha un seguito

Questa però – specifica lo psichiatra – non è considerabile come una vera e propria patologia. Per questo si parla di fobia: è una paura non giustificata dalla realtà”.

Tale fobia resta tale quando non incide in maniera rilevante sull’esistenza del soggetto, ma quando assume i caratteri dell’ossessività che se non  assecondata da origine a dei comportamenti aggressivi, violenti o comunque inadeguati diventa allora una vera e propria patologia.

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